Archivi del mese: settembre 2014

Con un po’ di ritardo…

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Con un po’ di ritardo scrivo a proposito di Sulla strada” e con altrettanto ritardo mi accorgo di quanto sia stato meraviglioso viaggiare in compagnia di Sal e Dean da est ad ovest e da ovest ad est. Una delle caratteristiche che mi contraddistinguono è che tutto ciò a cui assisto o partecipo mi entusiasma ad almeno un giorno di distanza. La maggior parte dei film che guardo e dei libri che leggo mi entusiasmano subito dopo averli visti o finiti. Come se avessi bisogno di dormirci su o di osservarli da lontano per averne una miglior visione d’insieme. Come se nei ricordi si attuasse una sorta di rielaborazione creativa che li rende densi di significati che non si possono scorgere nel momento stesso in cui assistiamo all’evento. Così è stato anche per il libro “Sulla strada”. Lo ammetto, ci ho messo tantissimo tempo per leggerlo tutto per tanti motivi e sicuramente perchè pur avendo un ritmo scorrevole, non è uno di quei libri che ti costringono ad isolarti dalla vita sociale per un paio di giorni per scoprire cosa succede dopo e come va avanti.

Per tutta la durata del racconto accompagnamo Sal e Dean in giro per gli Stati Uniti d’America, li seguiamo mentre vivono le loro interminabili giornate fatte di follie e di viaggi infiniti, mentre vivono alla giornata, lontano da ogni preoccupazione (anche se non ne sono del tutto convinta) e dalla vita vera. Scorrendo le pagine incontriamo una miriade di personaggi strambi e differenti, locali jazz, donne, città, chiedendoci da dove possano trarre tutte le energie necessarie per sostenere una vita del genere.
Il viaggio trova il suo punto d’arrivo in Messico, dove l’amicizia tra i due protagonisti arriverà ad una svolta decisiva. La parte che mi è piaciuta di più è stata proprio la fine. Le ultime pagine mi hanno lasciata con l’amaro in bocca, con un senso di tristezza nell’anima, perchè dopo tutte quelle esperienze vissute così intensamente insieme non riesco a credere che i due protagonisti possano lasciarsi in quel modo freddo e malinconico.

Sal e Dean sono entrambi personaggi affascinanti. Vorresti imbatterti in loro in un inutile e triste pomeriggio della vita e sedere al tavolo di un bar in loro compagnia per assistere alle loro deliranti conversazioni. Dean, con la sua parlantina sveglia e la sua dialettica frenetica e brillante, è un personaggio magnetico che attrae ma allo stesso tempo respinge per la sua personalità così lontana da quella di ciascuno di noi. A tratti simpatico e coraggioso e a tratti egoista e incapace di allontanarsi dal centro di sé stesso. Un personaggio a mio parere pieno di contraddizioni. Bugiardo ma sincero, tenace ma codardo, ambizioso ma senza scopi nella vita.
Nonostante il personaggio sopra citato brilli per certo di una luce propria, non ho potuto fare a meno di avere una predilezione per Sal dalla prima all’ultima pagina. Forse perché più in sintonia con il mio modo di essere. Osservatore attento, si lascia trascinare dal forte e spavaldo Dean, ma nonostante questo si dimostra elemento essenziale del racconto, maestro capace di farsi argine per l’amico senza limitarne mai la forza e la creatività, assecondandola anzi positivamente come solo un bravo insegnante sa fare, in uno scambio senza fine che arricchirà entrambi.

Concludo trascrivendo alcune righe che mi hanno colpita particolarmente. Trattandosi delle ultime frasi del libro, consiglio a chiunque non lo abbia ancora letto e abbia intenzione di farlo, di non proseguire oltre.

“Il vecchio Dean se n’è andato, pensai, e ad alta voce dissi: <<Starà benissimo>>. E via verso il triste e svogliato concerto del quale non avevo nessun desiderio, e non smisi nemmeno per un attimo di pensare a Dean e a come fosse salito sul treno e si fosse fatto più di cinquemila chilometri sopra quell’orrida terra senza nemmeno sapere il perché, se non per vedere me.
E così in America quando il sole tramonta e me ne sto seduto sul vecchio molo diroccato del fiume a guardare i lunghi lunghi cieli sopra il New Jersey e sento tutta quella terra nuda che si srotola in un’unica incredibile enorme massa fino alla costa occidentale, e a tutta quella strada che corre, e a tutta quella gente che sogna nella sua immensità, e so che a quell’ora nello Iowa i bambini stanno piangendo nella terra in cui si lasciano piangere i bambini, e che stanotte spunteranno le stelle, e non sapete che Dio è Winnie Pooh?, e che la stella della sera sta tramontando e spargendo le sue fioche scintille sulla prateria proprio prima dell’arrivo della notte fonda che benedice la terra, oscura tutti i fiumi, avvolge le vette e abbraccia le ultime spiagge, e che nessuno, nessuno sa cosa toccherà a nessun altro se non il desolato stillicidio della vecchiaia che avanza, allora penso a Dean Moriarty, penso perfino al vecchio Dean Moriarty padre che non abbiamo mai trovato, penso a Dean Moriarty.”

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Cambiare

Cosa ci spinge a voler rinnovare noi stessi ogni giorno? Da qualche tempo sto imparando ad accettare l’indeterminatezza della vita come una normale caratteristica dell’esistenza. Il non essere, il non sentirsi, il correre sempre verso una definizione per poi non trovarne una adeguata. Ho capito che non serve scervellarsi ogni giorno per capire chi siamo, perchè forse in realtà non siamo e non saremo mai. Non serve etichettare tutto, tentare di darci un nome. Non mi dispiace svegliarmi ogni mattina non sapendo chi sono, perchè capisco che questo stato d’animo mi rende multiforme o al contrario mi rende ancora trasformabile, malleabile, dà alla mia forma la possibilità di essere e diventare qualunque cosa.
È bello cambiare.

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Arrendersi

Ultimamente sono in una fase un po’ particolare della mia vita. Ultimamente lo sono un po’ spesso. E’ quella fase in cui si sente la necessità di cambiare qualcosa, di stravolgere la propria quotidianità. Non mi sono mai sentita stabile, ma al contrario ho sempre percepito la mia esistenza come precaria, indeterminata, incompleta e questo ha sempre creato in me un senso di irrequietezza e disagio. Ho sempre lottato contro ciò che mi faceva stare male. Ho tentato per anni di capire se questo “male” facesse parte di me o provenisse da avvenimenti esterni, fino a quando non mi si è accesa una piccola lampadina. E se il problema fosse proprio quello di lottare? E se la felicità consistesse semplicemente nell’arrendersi alla propria vita? Chiaramente con arrendersi intendo questo termine nel suo significato più positivo. Arrendersi non come lo concepiamo noi tutti. Non come un atto di vigliaccheria o di scarsa volontà. Arrendersi di fronte alle tante domande che non ti fanno dormire la notte, di fronte ai fantasmi che ogni giorno si ripresentano davanti a noi per ricordarci che in passato abbiamo commesso qualche piccolo sbaglio. Arrendersi alla vita, perchè la vita non è come vogliono farci credere nelle pubblicità. Non esiste la pillola per tutto. Esistono la luce e il buio, esistono i momenti in cui tutto sembra crollarci addosso e i momenti in cui ci sentiamo in grado di realizzare l’impossibile. Permettiamoci di stare male, permettiamoci di essere tristi e accogliamo questi sentimenti, perchè fanno parte di noi, fanno parte dell’essere umano e sì, diamo a noi stessi la possibilità di arrenderci di fronte alla quotidianità, di sdraiarci sul letto e pensare:”Vada come vada, io ho fatto il possibile”.

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