Con un po’ di ritardo…

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Con un po’ di ritardo scrivo a proposito di Sulla strada” e con altrettanto ritardo mi accorgo di quanto sia stato meraviglioso viaggiare in compagnia di Sal e Dean da est ad ovest e da ovest ad est. Una delle caratteristiche che mi contraddistinguono è che tutto ciò a cui assisto o partecipo mi entusiasma ad almeno un giorno di distanza. La maggior parte dei film che guardo e dei libri che leggo mi entusiasmano subito dopo averli visti o finiti. Come se avessi bisogno di dormirci su o di osservarli da lontano per averne una miglior visione d’insieme. Come se nei ricordi si attuasse una sorta di rielaborazione creativa che li rende densi di significati che non si possono scorgere nel momento stesso in cui assistiamo all’evento. Così è stato anche per il libro “Sulla strada”. Lo ammetto, ci ho messo tantissimo tempo per leggerlo tutto per tanti motivi e sicuramente perchè pur avendo un ritmo scorrevole, non è uno di quei libri che ti costringono ad isolarti dalla vita sociale per un paio di giorni per scoprire cosa succede dopo e come va avanti.

Per tutta la durata del racconto accompagnamo Sal e Dean in giro per gli Stati Uniti d’America, li seguiamo mentre vivono le loro interminabili giornate fatte di follie e di viaggi infiniti, mentre vivono alla giornata, lontano da ogni preoccupazione (anche se non ne sono del tutto convinta) e dalla vita vera. Scorrendo le pagine incontriamo una miriade di personaggi strambi e differenti, locali jazz, donne, città, chiedendoci da dove possano trarre tutte le energie necessarie per sostenere una vita del genere.
Il viaggio trova il suo punto d’arrivo in Messico, dove l’amicizia tra i due protagonisti arriverà ad una svolta decisiva. La parte che mi è piaciuta di più è stata proprio la fine. Le ultime pagine mi hanno lasciata con l’amaro in bocca, con un senso di tristezza nell’anima, perchè dopo tutte quelle esperienze vissute così intensamente insieme non riesco a credere che i due protagonisti possano lasciarsi in quel modo freddo e malinconico.

Sal e Dean sono entrambi personaggi affascinanti. Vorresti imbatterti in loro in un inutile e triste pomeriggio della vita e sedere al tavolo di un bar in loro compagnia per assistere alle loro deliranti conversazioni. Dean, con la sua parlantina sveglia e la sua dialettica frenetica e brillante, è un personaggio magnetico che attrae ma allo stesso tempo respinge per la sua personalità così lontana da quella di ciascuno di noi. A tratti simpatico e coraggioso e a tratti egoista e incapace di allontanarsi dal centro di sé stesso. Un personaggio a mio parere pieno di contraddizioni. Bugiardo ma sincero, tenace ma codardo, ambizioso ma senza scopi nella vita.
Nonostante il personaggio sopra citato brilli per certo di una luce propria, non ho potuto fare a meno di avere una predilezione per Sal dalla prima all’ultima pagina. Forse perché più in sintonia con il mio modo di essere. Osservatore attento, si lascia trascinare dal forte e spavaldo Dean, ma nonostante questo si dimostra elemento essenziale del racconto, maestro capace di farsi argine per l’amico senza limitarne mai la forza e la creatività, assecondandola anzi positivamente come solo un bravo insegnante sa fare, in uno scambio senza fine che arricchirà entrambi.

Concludo trascrivendo alcune righe che mi hanno colpita particolarmente. Trattandosi delle ultime frasi del libro, consiglio a chiunque non lo abbia ancora letto e abbia intenzione di farlo, di non proseguire oltre.

“Il vecchio Dean se n’è andato, pensai, e ad alta voce dissi: <<Starà benissimo>>. E via verso il triste e svogliato concerto del quale non avevo nessun desiderio, e non smisi nemmeno per un attimo di pensare a Dean e a come fosse salito sul treno e si fosse fatto più di cinquemila chilometri sopra quell’orrida terra senza nemmeno sapere il perché, se non per vedere me.
E così in America quando il sole tramonta e me ne sto seduto sul vecchio molo diroccato del fiume a guardare i lunghi lunghi cieli sopra il New Jersey e sento tutta quella terra nuda che si srotola in un’unica incredibile enorme massa fino alla costa occidentale, e a tutta quella strada che corre, e a tutta quella gente che sogna nella sua immensità, e so che a quell’ora nello Iowa i bambini stanno piangendo nella terra in cui si lasciano piangere i bambini, e che stanotte spunteranno le stelle, e non sapete che Dio è Winnie Pooh?, e che la stella della sera sta tramontando e spargendo le sue fioche scintille sulla prateria proprio prima dell’arrivo della notte fonda che benedice la terra, oscura tutti i fiumi, avvolge le vette e abbraccia le ultime spiagge, e che nessuno, nessuno sa cosa toccherà a nessun altro se non il desolato stillicidio della vecchiaia che avanza, allora penso a Dean Moriarty, penso perfino al vecchio Dean Moriarty padre che non abbiamo mai trovato, penso a Dean Moriarty.”

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Cambiare

Cosa ci spinge a voler rinnovare noi stessi ogni giorno? Da qualche tempo sto imparando ad accettare l’indeterminatezza della vita come una normale caratteristica dell’esistenza. Il non essere, il non sentirsi, il correre sempre verso una definizione per poi non trovarne una adeguata. Ho capito che non serve scervellarsi ogni giorno per capire chi siamo, perchè forse in realtà non siamo e non saremo mai. Non serve etichettare tutto, tentare di darci un nome. Non mi dispiace svegliarmi ogni mattina non sapendo chi sono, perchè capisco che questo stato d’animo mi rende multiforme o al contrario mi rende ancora trasformabile, malleabile, dà alla mia forma la possibilità di essere e diventare qualunque cosa.
È bello cambiare.

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Arrendersi

Ultimamente sono in una fase un po’ particolare della mia vita. Ultimamente lo sono un po’ spesso. E’ quella fase in cui si sente la necessità di cambiare qualcosa, di stravolgere la propria quotidianità. Non mi sono mai sentita stabile, ma al contrario ho sempre percepito la mia esistenza come precaria, indeterminata, incompleta e questo ha sempre creato in me un senso di irrequietezza e disagio. Ho sempre lottato contro ciò che mi faceva stare male. Ho tentato per anni di capire se questo “male” facesse parte di me o provenisse da avvenimenti esterni, fino a quando non mi si è accesa una piccola lampadina. E se il problema fosse proprio quello di lottare? E se la felicità consistesse semplicemente nell’arrendersi alla propria vita? Chiaramente con arrendersi intendo questo termine nel suo significato più positivo. Arrendersi non come lo concepiamo noi tutti. Non come un atto di vigliaccheria o di scarsa volontà. Arrendersi di fronte alle tante domande che non ti fanno dormire la notte, di fronte ai fantasmi che ogni giorno si ripresentano davanti a noi per ricordarci che in passato abbiamo commesso qualche piccolo sbaglio. Arrendersi alla vita, perchè la vita non è come vogliono farci credere nelle pubblicità. Non esiste la pillola per tutto. Esistono la luce e il buio, esistono i momenti in cui tutto sembra crollarci addosso e i momenti in cui ci sentiamo in grado di realizzare l’impossibile. Permettiamoci di stare male, permettiamoci di essere tristi e accogliamo questi sentimenti, perchè fanno parte di noi, fanno parte dell’essere umano e sì, diamo a noi stessi la possibilità di arrenderci di fronte alla quotidianità, di sdraiarci sul letto e pensare:”Vada come vada, io ho fatto il possibile”.

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Arrivi e partenze

Ed eccomi qui. E’ il giorno prima della partenza. A volte penso che il momento più bello di un viaggio sia l’attesa prima della partenza… Quel non sapere ancora cosa aspettarsi e se aspettarsi, quell’eccitazione per tutto quello che avverrà di lì a poco, i mille dubbi sul cosa portare con sé mentre si prepara la valigia, perché ogni cosa che si decide di portare è un piccolo pezzettino della nostra vita quotidiana che servirà a farci sentire a casa nonostante le miglia di distanza. Quell’euforia che viene spenta ad intermittenza da mille paure: ce la farò a stare lontano da casa? Riuscirò a costruire tanti bei ricordi? Ed infine l’immancabile: il mio aereo riuscirà ad arrivare a destinazione? Per sicurezza facciamoci un “cicchetto” prima di salire a bordo!
E ieri sera è stato anche un giorno pieno di arrivederci…
Si è chiuso un anno pieno di emozioni. La paura per il primo impiego serio, il pensare tutti i giorni più al pensiero degli altri che al proprio, la rabbia per quello che si sarebbe voluto fare meglio, ma non c’era la possibilità, perché ciascuno di noi parte da zero di fronte a sfide mai affrontate!
Sperando che quest’anno mi abbia resa un pochino più forte, auguro buone partenze e buoni arrivi a tutti…!

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On the road

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Sto leggendo “Sulla strada” di J. Kerouac. La voglia di avventurarmi tra le pagine di questo libro mi è venuta dopo aver guardato al cinema il film “Giovani ribelli” e dopo essermi avvicinata alla Beat Generation. Da allora passo le mie notti a scrivere poesie sconce sotto l’effetto della benzedrina. Ovviamente scherzo.
Devo dire che prima di iniziarlo mi sono messa nell’ordine delle idee che sarebbe stato un libro lungo e ricco di descrizioni, il che equivale a: pochi dialoghi, pochi colpi di scena, poche storie e vedi di finirlo ovvero tutte cose alle quali sono purtroppo poco abituata, avendo l’abitudine di lasciare tutto ciò che inizio a metà (vedi la frequenza e la costanza con cui aggiorno questo blog) e di stancarmi di qualsiasi cosa dopo l’iniziale, breve, intenso entusiasmo. Insomma, sono poco lontana da quei bambini che giocano col loro i-pad nuovo per cinque minuti, per poi passare felicemente alla televisione e via dicendo. Ritornando al libro di Kerouac, un altro elemento che non gioca a mio favore consiste nel fatto che ho visto il film prima di aver letto il libro, anche se il film non mi è piaciuto per niente.
Riuscirò a finire questo libro? Ero entusiasta all’idea di iniziarlo, perchè amo leggere di chi è totalmente opposto a me. Kerouac/Sal è partito all’avventura senza niente, lasciando a casa le pantofole calde per vivere un’esperienza di vita autentica e trovare se stesso. Io non avrei mai il coraggio di farlo, anche se ho sempre sognato di mollare tutto e andarmene. Ecco perchè ho bisogno di leggere quel libro.
Chissà come sarebbe se il libro fosse ambientato ai nostri giorni. La prima cosa da fare sarebbe sicuramente disattivare il gps Facebook.

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The tree of life

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Avvertimento: questo testo potrebbe svelare qualcosa della trama. Chi non volesse sapere troppo è invitato a non leggere o leggere solamente dopo aver visto il film.

Post dedicato ad un film che amo tantissimo: “The tree of life”!
Premetto che non sono nè una cinefila, nè un’esperta di cinema, perciò quello che vado a scrivere è composto solamente da riflessioni e opinioni soggettive e del tutto personali. Ieri sera, dopo cena, mi sono adagiata comodamente sul divano e, telecomando in mano, ho scelto di RIguardare questo film. Certo la scelta non è stata difficile, in televisione non proponevano chissà quali film e di certo non mi sarei messa a guardare Sanremo. Ho riguardato “The tree of life” con piacere, essendo questa volta consapevole che mi avrebbero attesa diverse scene non proprio entusiasmanti (per come viene inteso il termine ENTUSIASMANTE al giorno d’oggi).
Il film è diviso principalmente in quattro parti: la prima ti introduce al film lasciandoti percepire qualcosa della trama, ma non svela altro.
La seconda è una lunga rappresentazione della nascita della vita sulla terra.
La terza racconta della vita e delle relazioni all’interno di una famiglia.
La quarta sembra quasi una riproduzione dell’aldilà, luogo in cui tutti i problemi del protagonista vanno a dissolversi e quest’ultimo può finalmente trovare pace.
La parte che preferisco è sicuramente la terza. Forse per i miei studi in ambito pedagogico ed educativo, trovo straordinario come il regista sia riuscito a rappresentare la ragnatela di relazioni in cui è immersa la famiglia, il rapporto padre-figlio, i sentimenti nascosti che il figlio primogenito cova dentro di sè. Non è semplice riuscire a rappresentare stati d’animo e sentimenti in arte, soprattutto quando si tratta di sentimenti appartenenti all’infanzia, sentimenti così lontani da noi e che una volta cresciuti tendono a svanire. Trovo che questo film sia molto poetico, non racconta la trama in maniera lineare come farebbe un film “normale”, ma dà libero spazio a sentimenti, pensieri, stati d’animo, ricordi. In realtà mi rendo conto di non saper dare ancora un significato all’intera pellicola e ripeto, questa è la mia modesta e umile opinione da spettatrice.
Sia chiaro, mi capita di guardare film di ogni tipologia e genere. Film comici, stupidi, film che fanno leva sul meccanismo di attenzione della gente. Ma in conclusione, i film che preferisco e che consiglio sono quelli che non si chiudono con i titoli di coda, ma che continuano a riprodursi dentro alla testa dello spettatore rendendolo più ricco e consapevole.

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Equilibrio

Vorrei tanto sapere se nella vita è possibile raggiungere uno stato di totale consapevolezza e quiete…So benissimo che non si può essere sempre felici, che ciò è impossibile e che la perfezione è noiosa. Vorrei solo trovare un mio personale equilibrio, un mio posto nel mondo. Vorrei tanto sapere chi sono. Perché è così difficile?

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26 gennaio 2014 · 21:58